I triatleti sono spesso (troppo) inclini nell’acquistare nuove attrezzature e materiali, quasi sempre sulla scorta delle scelte adottate dai “pro”.
Non sempre, però, ciò che viene usato da un atleta professionista si adatta alla realtà della maggior parte di coloro che si dedicano allo sport amatoriale, soprattutto se si tratta di age group non più giovanissimi, e magari con qualche deficit sotto il profilo tecnico.
Per questo è necessario sempre essere piuttosto cauti prima di cambiare ciò che magari si è già abituati ad usare senza problemi, perché talora il passaggio a nuovi materiali o nuovi assetti può creare più problemi che vantaggi reali, soprattutto se si tratta di affrontare gare di media/lunga distanza.
Per questo ho pensato di proporvi tre argomenti tra i più rilevanti e al tempo stesso dibattuti nel panorama del triathlon: super shoes, bike setup e bottle stack in bici.
SUPER SHOES
Tutti ormai credo siano consapevoli che alcuni tipi di scarpe di ultima generazione, con pesi che si avvicinano ormai ai 100 grammi, schiume super comprimibili e piastre in carbonio sono le maggiori responsabili dei tempi straordinari staccati dai “pro” nelle più recenti gare del circuito mondiale.
Nonostante sia noto che l’evoluzione straordinaria della tecnologia delle calzature (schiume leggere e a ritorno di energia abbinate a piastre in carbonio) migliora l’economia e le prestazioni della corsa, non sempre questi modelli si adattano alla maggior parte dei triatleti che partecipano a gare su media/lunga distanza.
Anzi, premesso che sussiste una notevole variabilità individuale in merito alla tipologia di scarpa che può fornire le migliori sensazioni abbinate a buone performance e che è indubbiamente dimostrato dai fatti che tutti i runner, se scelgono la scarpa giusta, possono beneficiare di risultati positivi dalle più recenti tecnologie, è altrettanto noto che, anche utilizzando calzature di ultime generazione, i miglioramenti nell’economia di corsa riportati in letteratura sono solitamente minori a velocità inferiori, variando da circa il 3-4% a un ritmo di circa 4.30 min/km a circa l’1-1,5% a un ritmo di circa 5 min/km, andature piuttosto frequenti se immaginiamo la media dei triatleti age-group che corre una mezza maratona o peggio una maratona IRONMAN.
Non solo, dunque, l’impatto positivo non è un granchè ad andature medio-basse, ma ciò che ogni runner dovrebbe attentamente valutare prima di procedere a un acquisto inutile, quanto per certi versi pericoloso, è che per trarre vantaggio da una scarpa “super’, è assolutamente necessario essere in grado di controllare adeguatamente il movimento del piede e della caviglia su una superficie che nelle scarpe super cushioning risulta molto instabile e con una deriva laterale consistente.
Inoltre, il tempo di contatto con il suolo dovrebbe essere piuttosto rapido, altrimenti buona parte del ritorno di energia può andare perso a scapito della stabilità, in quanto la maggior parte delle scarpe più leggere, aggressive e ammortizzate sul mercato sono state progettate pensando ad atleti d’élite già di per sé economici ed efficienti, non certo per affrontare una maratona IRONMAN con gambe magari già non particolarmente efficienti e per di più affaticate, a ritmi quasi sempre non del tutto efficaci.
Inoltre, le “super scarpe” tendono a spostare i carichi maggiormente verso l’articolazione di ginocchio e anca, aumentando nel contempo la supinazione, e dunque gli atleti dovrebbero anche essere consapevoli di come il loro corpo potrebbe reagire a tale lavoro dinamico.
Non solo, ma nonostante queste calzature tendenzialmente vadano a ridurre il carico su polpacci e tendine d’Achille, se manca una buona meccanica di corsa è comunque segnalato un possibile incremento di sovraccarico in questi due distretti. Dunque occhio a non peggiorare la vostra situazione credendo di ottimizzarla…
BIKE SETUP SUPER AGGRESSIVI
Non è certo una novità constatare che negli ultimi anni siano notevolmente aumentate le performance degli atleti professionisti, in primis grazie ai progressi nella tecnologia, dell’alimentazione, delle dinamiche di gara e degli approcci di allenamento.
Oltre ai notevoli tempi ormai raggiunti in corsa, i risultati ottenuti nella frazione bici hanno qualcosa di assolutamente straordinario, con miglioramenti di circa 38 minuti, pari a circa il 14%, registrati nei tempi di gara professionistici a Kona dal 2000 ad oggi.
Merito sicuramente della tecnologia, ma anche di setup sempre più aggressivi e aerodinamici, soprattutto giocati a carico della posizione e della conformazione di manubrio e appendici.
Considerando che la frazione bici è il nucleo fondamentale di una gara di triathlon, soprattutto su media e lunga distanza, incidere sui tempi di percorrenza della frazione bike significa incidere in modo consistente sul risultato finale.
Non solo ciclismo e corsa sono ormai i due ambiti dove si gioca la gara, ma portare a casa un buon tempo in bici rispettando le gambe per la corsa significa avere in tasca perlomeno un buon risultato, se non il podio.
Per questo, a parità di potenza erogata, si è investito in modo estremo su tutto ciò che può migliorare la performance , ben sapendo che buona parte del successo tecnico si gioca sulla riduzione della resistenza aerodinamica, che proviene per il 64-82% dalla posizione del ciclista e da tutto ciò che indossa, (equipaggiamento, casco…).
Questo non significa però che le configurazioni più aggressive dei “pro” si addicano sempre e comunque anche agli age group, anzi…
Innanzitutto, non va dimenticato che l’efficacia aerodinamica può essere oggettivamente determinata solo in galleria del vento, laddove si misura non solo la più efficace penetrazione aerodinamica, ma anche quanto essa “pesa” in termini energetici.
Ciò che però conta di più in un atleta amatoriale, sono le sue caratteristiche antropometriche, la sua fisicità, la flessibilità, eventuali infortuni o deficit che possono inficiare spesso anche in modo significativo l’efficienza rispetto all’efficacia aerodinamica, che tra l’altro va mantenuta per ore…
Un assetto aggressivo in bici richiede infatti una notevole flessibilità della zona lombo sacrale, e una particolare efficienza dell’articolazione dell’anca, dei quadricipiti, dei glutei e della catena posteriore della coscia, nonché una notevole resistenza muscolare della parte superiore della schiena e del collo, caratteristiche che un giovane professionista è più propenso a tollerare rispetto a chi ha alle spalle qualche decennio in più di “usura”.
Da non dimenticare, poi, che si è detto quanto sia importante anche l’ultima frazione di gara: se la bici sarà una sofferenza fisica, difficilmente si riuscirà ad esprimere il meglio in corsa: si fa presto a perdere in maratona 20 minuti risparmiati magari con una buona frazione bici che ha peraltro affaticato e contratto muscoli e articolazioni fuori misura.
Non solo, ma una bici da crono con posizioni estreme rischia di caricare in modo notevole i quadricipiti e se non si dispone di una buona tecnica di corsa che utilizzi in modo efficiente ed efficace i muscoli posteriori della coscia e i glutei, la frazione corsa è già finita in partenza.
Quindi sì: ottimizzate la vostra posizione e il vostro assetto, ma entro i limiti di ciò che potete effettivamente gestire, e non basandovi prevalentemente sulle belle immagini o i video degli assetti utilizzati dai migliori professionisti. Loro sono un’altra cosa…
BOTTLE STACK IN BICI
Sempre nell’ottica di ridurre al minimo la resistenza aerodinamica, il triathlon professionistico si è trasformato in una gara a chi riesce a trovare i modi più creativi per caricare più borracce possibili migliorando al tempo stesso l’aerodinamica.
Mentre World Triathlon e IRONMAN hanno aggiornato i loro regolamenti per limitare il volume e l’estensione delle borracce sul manubrio, vietando al tempo stesso la strategia della borraccia infilata nel body, gli atleti sono alla continua ricerca di nuovi modi per spingersi oltre i limiti consentiti.
Detto che è ormai acquisito che i sistemi di idratazione anteriori, collocati tra le braccia, costituiscono una strategia vincente per migliorare l’aerodinamica in bici, non è però detto che per un atleta amatoriale questa scelta rappresenti una modifica sempre efficace e soprattutto sicura per la guida del mezzo.
La preoccupazione principale, infatti, in questi casi è la stabilità della bici.
Già molti triatleti non sono particolarmente abili in sella, e oggi ancora meno a causa dell’esteso utilizzo dell’allenamento indoor, ma aggiungere più peso e modificare il baricentro della bici nella parte anteriore può rendere la guida ancora più instabile, con gli atleti più leggeri e/o meno esperti che potrebbero andare incontro a seri problemi, soprattutto con il vento, la pioggia o in curve veloci in discesa.
Tra l’altro, sulla scelta di investire su sistemi di questo tipo, andrebbe considerato anche l’effettivo vantaggio in termini di utilizzo, in quanto molti atleti non particolarmente efficienti passano diverso tempo di gara fuori dalle appendici aerodinamiche, e in questi casi il vantaggio aerodinamico va a farsi benedire, a scapito solo degli svantaggi già elencati.
Quindi meditate… e se volete un consiglio, tenete al massimo non più di una borraccia nella parte anteriore della bici, ma soprattutto imparate bene a gestire il mezzo in tutte le condizioni più critiche prima di aggiungere altro peso sul manubrio.
